Trasformiamo questo dolore. Raed Fares nelle parole di Mohamad Dibo

Dedico una sezione del mio blog su Yarmouk agli altri colori della Siria. Quella che segue è la traduzione dell’articolo pubblicato su SyriaUntold che lo scrittore siriano Mohamad Dibo ha dedicato agli attivisti Raed Fares e Hamoud Jnaid, assassinati a Kafranbel il 23 novembre scorso.

(di Mohamad Dibo* per SyriaUntold (25/11/2018). Traduzione dall’arabo di Claudia Avolio)

Ti basta fare caso al lamento emesso da ogni siriano che si oppone alla dittatura per conoscere la differenza tra la rivoluzione e la controrivoluzione, o come amava definirla il compianto Raed Fares: la controstronzaggine.

Ti basta leggere tra i dolori che d’un tratto sono divampati sui social media e nelle notizie, mischiati a una disperazione e a un senso d’impotenza micidiali, per sapere che la rivoluzione stava continuando a modo suo in coloro che davvero credono in essa e che per essa si prodigano.

Ti basta considerare l’amore desolato mescolato a un enorme apprezzamento che hanno espresso in molti di quelli che – siriani e non – hanno conosciuto i compianti Raed Fares e Hamoud Jnaid o ne hanno sentito parlare, per renderti conto della differenza che c’è – nella rivoluzione – tra l’autentico e l’intruso. L’autentico è chi è sommerso di lavoro, e quel suo lavoro poi viene alla luce; l’intruso è quello che si vede sullo schermo di ogni tv, si sposta di versante in versante, di asse in asse, impegnato com’è nel foggiare la sua immagine e per i suoi Like. Perché la rivoluzione per quest’ultimo è solo un investimento vantaggioso, mentre per Raed e quelli come lui la rivoluzione è un’appartenenza, una casa, un rifugio e una via di passaggio che conduce al momento della libertà.

Raed Fares e il suo amico Hamoud Jnaid non erano soltanto due uomini che hanno amato la rivoluzione e ci hanno creduto: sono stati essi stessi una rivoluzione. Una rivoluzione che ha preso il volto di Raed che era conosciuto ma che aveva dietro di sé l’esercito di quelli rimasti nell’ombra, perché la loro luce era il lavoro e sempre il lavoro, la loro voce era “il pioniere” (cioè Raed stesso, il cui nome in arabo significa “pioniere”, ndT) che parlava a nome loro e di loro. Uomini che creavano la rivoluzone se non l’avevano trovata: le loro parole, i loro striscioni, i loro canti, la loro fermezza leggendaria, la loro lotta contro l’estremismo da un lato e contro la tirannia dall’altro, e contro chi giustifica la cooperazione con l’estremismo per sconfiggere la tirannia o sostiene la tirannia per sconfiggere l’estremismo, senza perdere la bussola… Sono tutti fatti che indicano davvero che uomo abbiamo perso noi e ha perso la Siria sanguinante e ferita.

Riflettere sulla vita del compianto Fares, i cui striscioni le hanno cantate al mondo intero dai primi mesi della rivoluzione, ti fa rendere conto della differenza che c’è tra credere nell’inevitabilità del cambiamento attraverso l’estesa lotta pacifica, civile e democratica, e il cambiamento veloce portato sui carriarmati stranieri o da un esercito o dagli “intellettuali” dell’estremismo di cui Raed è stato vittima dopo che lo aveva combattuto a lungo. Il primo approccio costruisce sempre, il secondo distrugge sempre; il primo accumula le esperienze, il lavoro e la lotta; il secondo prosciuga le energie, l’essere umano e le pietre. Il primo, poi, raccoglie i frutti anche dopo molto tempo, perché è impossibile che qualcuno possa attuare una rimozione di ciò che ha fatto Raed Fares nell’animo della gente di Kafranbel e di tutti i siriani, sia al livello del simbolo che vi lascerà, sia al livello delle esperienze che ha dato, lasciato e accumulato in ognuno che l’ha vissuto o che ha lavorato con lui. Mentre i “risultati” dei militari parlano da soli dal fondo del baratro in cui siamo sprofondati.

striscione di Kafranbel, 2018
immagine tratta dalla pagina Facebook dedicata agli striscioni di Kafranbel – https://www.facebook.com/kafrnbl

Ci ha colti di sorpresa la morte di Raed Fares, lui che ha rischiato così tanto sin dallo scoppio della rivoluzione?

Da un lato, la sua morte non è stata una sorpresa, perché le persone come lui sono sempre state prese di mira e sempre lo saranno. Dall’altro lato, sì, ci ha colti di sorpresa. Ci ha sorpreso nella misura in cui la sua morte è giunta come un promemoria per noi – noi che siamo annegati nella disperazione, nella delusione e nelle chiacchiere fuori dalla Siria o che al suo interno siamo stati avviluppati dal silenzio – che c’è chi ancora è ben saldo e combatte da solo. E che c’è chi ancora crede nella sua rivoluzione e nelle sue idee e lavora per essa; chi ancora crede nell’importanza dello striscione, della parola, dell’idea, dell’informazione, nell’epoca micidiale della militarizzazione e dell’occupazione militare diretta. E ciò che più conta: che chi davvero vuole lavorare, il lavoro da fare lo trova e lo inventa, le giustificazioni, le cicatrici e la disperazione non lo ostacolano. Forse la lezione più importante che ci ha lasciato Raed Fares e che vuole che seguiamo è lo stesso cammino tracciato da Ghiath Matar e Yahya Sharbaji dai primi momenti della rivoluzione, ed è il cammino da cui molti hanno deviato, anche sotto il nome della rivoluzione.

L’uccisione di Raed Fares indica anche la crisi della rivoluzione con l’estremismo da un lato e con quelli che l’estremismo l’hanno promosso, difeso e ne hanno scritto dall’altro. Perché questi ultimi oggi compiangono Raed senza battere ciglio, e come avviene questo? Come può la controstronzaggine tuttora camuffarsi dietro la vera rivoluzione?

Se vogliamo completare il percorso di Raed Fares, dobbiamo anzitutto chiamare le cose coi loro nomi: che la rivoluzione sia rivoluzione, la tirannia tirannia, l’estremismo estremismo e l’occupazione occupazione. Il che implica indicare per nome chi ne fa parte, in concomitanza con lo spalancare la porta della critica – critica che colpisce chiunque abbia promosso l’estremismo e oggi compiange Raed senza fare autocritica o giustificarsi con noi del suo voltafaccia dal teorizzare la necessità di allearsi con l’estremismo al contrastarlo. Sono quelli che cambiano e voltano gabbana a seconda dell’equilibrio di potere a rappresentare il pericolo più grande per la rivoluzione anche se proclamano di parlare in suo nome (fosse anche in buona fede).

Se vogliamo che la morte di Raed abbia un senso, esso risiede qui: nel nostro trasferire questo dolore che ci affligge tutti da una condizione in cui sentiamo a una in cui comprendiamo. Portare, cioè, la mente a ricercare i meccanismi d’attivazione della lotta in cui credeva Raed, nell’attivazione di un vero meccanismo per proseguire la lotta su molteplici fronti: contrastare la tirannia e l’estremismo, le occupazioni e la coscienza negativa della società, insieme alla coscienza negativa della cultura che ha giustificato l’estremismo, l’occupazione e l’intervento esterno (fosse anche in buona fede).

* Mohamad Dibo è un poeta, scrittore e ricercatore siriano

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